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Il 4 dicembre ricorre l'anniversario della morte di don Angelo Nazzari, un sacerdote bresciano che ebbe un ruolo di primo piano nell'anima e nelle decisioni di fra Giacomo. Nato a Remedello (Bs) nel 1872, entrò in seminario e si distinse per l'impegno nei doveri e negli studi. Ordinato sacerdote nel 1894, fu inviato nella parrocchia di Bovegno in qualità di curato cooperatore. Dopo solo due anni fu nominato parroco a Toline e poi chiamato in città per il ministero nella parrocchia di S. Afra.
Successivamente il vescovo lo incaricò dell'amministrazione dei
beni ecclesiastici. Per 24 anni prestò servizio nell'economato della diocesi, meritandosi
la stima e la fiducia del clero che ammirava i suoi "costumi
francescani", come scrissero i contemporanei.
Nel 1905 fu nominato rettore della chiesa di San Francesco,
dalla quale i frati era stati allontanati nel 1797 a causa
delle leggi napoleoniche. Per 23 anni don Nazzari profuse tempo, energie
e il suo patrimonio familiare nell'antica chiesa francescana, bisognosa di
restauri. All'architetto Arcioni affidò il progetto di abbattere
le sovrastrutture che nell'Ottocento avevano camuffato l'interno
della chiesa, trasformandola in un'aula di gusto neoclassico.
Cominciò i lavori nell'abside ed ebbe la fortuna di riportare alla
luce gli affreschi del Romanino. Si prodigò per ottenere l'uso
del chiostro trecentesco e degli altri ambienti conventuali, diventati
possesso e deposito dell'esercito. Riuscì a far abbattere alcune
case che nel secolo scorso erano state costruite sulla piazzetta della
chiesa, addossate alla facciata stessa. L'impegno profuso nei
lavori di restauro non deviò don Angelo dalla priorità del sacro
ministero, al quale si dedicava con grande zelo. Curava molto
la liturgia e le tradizionali funzioni, che arricchiva con la
sua predicazione dotta, ma sempre espressa in linguaggio piacevolemente
popolare. Era devotissimo della S. Eucaristia e della Madonna.
Il primo novembre 1911 inaugurò in San Francesco l'adorazione serale
perpetua, con l'esposizione quotidiana del Santissimo. Don
Angelo maturò il sogno di far tornare i frati a Brescia. Convinse
il vescovo e il p. generale dell'Ordine francescano e nel 1928
ebbe la gioia di accogliere ed affidare ai frati la chiesa ed
il convento. Si ritirò poi nella "Casa di Dio", il ricovero cittadino
per poveri anziani nel quale per cinque anni si prodigò nel ministero
del conforto e della consolazione. Morì improvvisamente il 4
dicembre 1933, lodato e rimpianto per la rettitudine e
l'esemplarità della sua vita.
Poco prima del 1925, il calzolaio Giacomo Bulgaro cominciò a frequentare
don Angelo che ben presto intuì le potenzialità spirituali di quell'uomo
schivo.
Lo vedeva sempre più di frequente raccolto in preghiera di buon
mattino e gli propose di servire la messa.
"A tale richiesta la Pecorella (Giacomo)
s'intenerì e, guardando il buon sacerdote con gli occhi pieni di lacrime,
disse che l'avrebbe fatto. Di fronte a tanto onore, la Pecorella si
vedeva indegna. Ella, che non ardiva più avvicinarsi oltre la metà della
chiesa, ora veniva chiamata dal divino Pastore ai piedi dell'altare.
Ella obbedì".
Successivamente don Angelo suggerì a Giacomo di iscriversi al
Terz'ordine francescano che, guidato da Giorgio Montini,
annoverava un buon numero di adulti. Alcuni di loro erano stati formati
allo spirito francescano dal beato Giuseppe Tovini, ministro della
fraternità secolare che si riuniva nella chiesa di San Francesco.
Un'ondata di gioia, scrive Giacomo, pervase il suo animo:
"Nel nuovo campo la Pecorella (Giacomo) sentiva il cuore dilatarsi, ella
si dissetava alla nuova fonte del mistico campo verdeggiante e si nutriva
di cibi squisiti, confacenti alla sua natura... Ma si sentiva piccola,
piccola, piccola. Lessi e rilessi il libricino del Terz'ordine
Francescano che conteneva la regola e cercavo di viverla in tutta
la sua esattezza".
Don Angelo era ormai il confessore di Giacomo e, per un certo tempo,
fu anche suo padre spirituale. Conoscendone bene le più intime aspirazioni,
all'avvicinarsi della data del ritorno dei frati il pio sacerdote lo
invitò ad entrare in convento. Per risposta ebbe un sorriso.
Altre volte don Nazzari tornò sull'argomento, ma Giacomo non riusciva a
decidersi.
"Sentivo la voce del Signore che tuonava fortemente nel mio cuore, ma
temevo di prendere una tale decisione di mia volontà".
Giacomo, come racconta nel suo diario, visse mesi di titubanza e
insicurezza, aspettando un segno che finalmente giunse ai vespri d'una
domenica, nell'omelia di don Angelo. Fu così che il 28 ottobre 1928,
giorno del ritorno dei frati nel loro antico convento, il cinquantenne
Giacomo Bulgaro domandò di vestire il saio francescano.
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